Pubblicato da: patrillo su: giugno 26, 2010
Nel nostro paese c’è qualcosa di più terribile del parlare male della Nazionale di calcio: parlare male della famosa crema al cioccolato che si chiama…
Purtroppo, a me non piace, e questo probabilmente fa di me un potenziale disadattato e sovversivo.
I giornali hanno titolato, qualche giorno fa, che l’Europa avrebbe eliminato la famosa crema dell’orgoglio italico. Avrebbero fatto meglio ad informarsi con più precisione… invece di stare a sentire il solo comunicato stampa della parte interessata.
Il Parlamento europeo infatti ha votato sulla permanenza delle informazioni nutrizionali in etichetta e sul divieto di fare pubblicità non conforme alle caratteristiche nutrizionali del prodotto. Un prodotto pieno di zucchero e grassi vegetali non dovrebbe vantare proprietà miracolose: dov’è lo scandalo? E se nella pubblicità il cuoco della Nazionale la serve a colazione, visti i risultati non era meglio preparare pane e marmellata o pane e olio?
Il Parlamento europeo ha voluto dare più informazioni ai consumatori e vietato di darne false o mascherate. Chi vuole continui pure a mangiarsi quella crema dolciastra, ma chi la vende non nasconda la verità su quello che c’è nel barattolo a chi lo compra.
Pubblicato da: patrillo su: giugno 19, 2010
Leggendo qua e là, trovo che il nostro Paese sia abbastanza curioso.
Ha suscitato un certo scalpore una radio privata (o di partito?) che ha esultato quando la Nazionale di calcio ha subito un gol. Apriti cielo, è sembrato quasi che si fosse offesa la storia nazionale, i martiri del Risorgimento e così via.
Vorrei fare una riflessione, con un po ‘ freddezza. Il messaggio che porta quella radio è lontano anni luce da quello che penso. Eppure… eppure qualcuno mi deve spiegare il motivo per cui l’orgoglio patrio debba coagularsi intorno agli undici giocatori (più riserve). Qualcuno mi spieghi il perché debba sentirmi orgoglioso di qualcuno che cerca di fregare gli avversari (e questo vale per tutte le squadre, sia chiaro) facendo finta di cadere, tirando le magliette e così via. Dovrei sentirmi rappresentato da questi? Dovrei sentire battere il cuore quando qualcuno segna un gol?
Via, siamo seri. Questi signori fanno soltanto un gioco, che forse è il più bello del mondo ma rimane sempre un gioco. E’ forse un oltraggio alla Nazione se si preferisce tifare per un’altra squadra? Sarei curioso di sapere quanti di questi che si scandalizzano rendono a loro volta onore al proprio Paese pagando le tasse, facendo il servizio civile o militare, rispettando le regole del vivere insieme.
Io sono cresciuto pensando che è bello vedere all’opera un campione, di qualunque colore sia la sua maglietta.
Per il resto, più che qualcuno con la maglietta azzurra mi fa sentire orgoglioso di questo Paese, per esempio, qualcuno con il camice bianco. Come Gino Strada.
Pubblicato da: patrillo su: giugno 12, 2010
Si sa, da noi piace fare le cose in grande o, se non ci riusciamo, cerchiamo di far credere di averlo fatto… ed è per questo che qualcuno ha voluto chiamare “regionale” un incontro tra qualche bilancista gravitante nella piana tra Firenze e Pistoia: niente “campagna pubblicitaria”, niente di particolarmente definito, insomma, niente.
Fondamentalmente lo scopo è stato quello di leggere e correggere le prime bozze del prossimo libretto dei bdg, e per fare un lavoro del genere il luogo che abbiamo scelto (oppure, visto che è l’unico che abbiamo trovato libero, il luogo ha scelto noi) è stato Rostolena, piccolissima casa per ritiri e incontri attaccata ad una piccola chiesa in prossimità di Vicchio di Mugello, praticamente dall’altra parte della val di Sieve rispetto a Barbiana. Fuori della casa, una pergola ombreggiata ci ha fatto rivedere le foto di don Lorenzo che faceva scuola, e noi, nel nostro piccolissimo, abbiamo cercato di lavorare producendo una scrittura collettiva. Battute a parte, devo dire che è stato piuttosto emozionante… così emozionante che le tre ore sono volate fino all’ora di cena.
Gran bel posto, Rostolena. In mezzo alle colline che portano all’appennino tosco-emiliano, circondata da boschi e campi. Così piccola e con le case così sparpagliate sulle colline circostanti, eppure anche qui, accanto alla chiesa, una lapide con ben quattordici nomi ricorda le vittime della Grande Guerra. Dopo cena, le lucciole sono apparse, tante, e sono tornato un po’ bambino a rivedere lo spettacolo misterioso e normale (una volta) di questi insettini volanti con la loro lucetta lampeggiante come il faro di una bici. Era un pezzo che non ne vedevo, e sono contento. Poi, il dopocena. Il dopocena, dopo lucciole e piatti da lavare, è cominciato (e finito) intorno alle undici. A letto, mi sono preso una bella coperta di lana (a casa no, si suda di già) e ho dormito come un sasso pigro fino al mattino dopo.
Al mattino, due passi (o tre, o quattro) fino all’azienda Malpaga, famiglia trentina che ormai da oltre trent’anni si è trasferita in Mugello per produrre (indovinate?) mele… e si fa presto a dire mele. Da piccolo sapevo che le mele erano rosse o, al limite gialle. Credevo che la differenza fosse solo del colore, come per le bici… e invece no, si tratta di razze diverse. Col tempo ho imparato che la mela può essere di più tipi. Lì invece ho imparato che le ultime mele in Italia si colgono alla fine di novembre, e che si può essere attenti all’ambiente anche senza essere produttori biologici: è chiaro che è preferibile l’agricoltura biologica, ma vedere comunque una grande attenzione nella limitazione di concimi e antiparassitari oltre allo sviluppo di “antagonisti naturali” (cinciallegre, per esempio, o coccinelle) mi ha fatto molto piacere.
Tornati alla base, abbiamo pranzato insieme, persino assaggiando un’insalata russa fatta con una ricetta russa, tanto per dare un valore internazionale al nostro stare insieme.
E’ stato un interessante incontro, la compagnia piacevole. Abbiamo lavorato insieme (senza finire, però) e anche imparato. La prossima occasione per riprovarci ancora… all’incontro nazionale di fine agosto a Massa.
Pubblicato da: patrillo su: giugno 6, 2010
Si tratta dell’articolo della Costituzione che permette a tutti, dai giornalisti ai Presidenti del Consiglio fino ai calciatori di dire quello che pensano in tutta libertà.
E’ grazie a questo articolo che si può criticare, per esempio, Roberto Saviano.
Pensate: uno sta a tirar pedate ad un pallone tutto il giorno, poi si ferma un attimo e fa la sua critica. Giusto. Non so se lui o chiunque altro avrà letto il libro, se magari lo avrà scambiato per un libro di cucina (con tutti quei coltelli in copertina…) oppure no, c’erano troppe pagine e poche figure.
Quando il libro è uscito ricordo che fece molto clamore, così tanto che riuscii ad averlo in prestito dalla biblioteca solo un anno dopo. Niente di male, non si sciupa mica. L’anno dopo esplose di nuovo il caso grazie al film tratto dal libro.
Grazie alla fama probabilmente Saviano è diventato ricco, e non c’è niente di male visto che l’ha fatto scrivendo un libro e non, per esempio, vendendo titoli di finanza spazzatura. Grazie a questa fama l’autore in questione è costretto a vivere in semiclandestinità e sotto scorta. Non mi pare un grande vantaggio, però qualcuno continua a rinfacciarglielo…
La sindrome della par condicio colpisce anche i suoi critici: molti dicono che ha sciupato l’immagine dell’Italia nel mondo (come se, per fare un piccolo esempio, i fatti di Duisburg non fossero mai accaduti…) o che scrive soltanto cose brutte senza mostrare anche le belle… come se un libro sulla tragedia del Vajont dovesse contenere anche trenta-quaranta pagine sui benefici dell’energia idroelettrica…
In tanti hanno scritto sul malaffare italiano, e sono stati uccisi. Mi vengono in mente Siani, Impastato, Fava… e chissà quanti altri che non ricordo.
Saviano ha scritto quello che c’è e si sa. Magari qualcuno vorrebbe far finta di nulla, ma c’è.
Grazie per averlo fatto. E mi auguro che possa cominciare un cammino di “indipendenza” e riscatto.
Pubblicato da: patrillo su: giugno 2, 2010
Ebbene sì, sono un ingenuo. Nella facile semplificazione ho diviso il mondo della produzione elettrica in buoni e cattivi, a seconda del tipo di produzione.
Mi sono cullato nell’idea che chi produceva energia elettrica da sole e vento fosse mosso da grandi valori ideali. Certo, qualcuno mosso da questi pensieri c’è stato e ci sarà ancora. Leggere che la mafia stava entrando al volo nel business del vento mi ha fatto sobbalzare, e poi mi sono detto che, in fondo, si trattava di un semplice modo per fare soldi, come la raccolta dei pomodori, delle arance o dei rifiuti. E se si muovono i soldini, si muovono interessi di ogni tipo… e pensare che finora mi ero pensato a riflettere se i mulini eolici avessero senso paesaggisticamente…
Basta, continuerò a mettere petrolio, nucleare e gas da una parte e il solare e l’eolico da un’altra. Il geotermico, per ora, lo rimando a settembre.
Pubblicato da: patrillo su: maggio 22, 2010
Se fosse mancato qualcosa nella competizione nord-sud nel nostro Paese, l’assegnazione della candidatura alle Olimpiadi del 2020 l’ha ulteriormente alimentata.
Le due città in competizione erano Roma e Venezia, e la prima l’ha spuntata. Le reazioni degli sconfitti (annunciati) non sono state certo da “calma olimpica”, anzi. In uno degli articoli che ho letto sull’argomento ci si lamentava dello scarso coraggio nell’assegnare l’evento ad un territorio “nuovo perché antico” e “innovatore” grazie al suo “volto di aristocrazia popolare”: si parla di Venezia, anche se non sembra.
A quanto pare il motto “l’importante è partecipare” non si confà alla competizione per ottenere la sede. Visto che alcune dicerie raccontano che una certa edizione delle Olimpiadi sia stata curiosamente assegnata ad una città sede di una azienda produttrice di bevande alla caffeina (e sponsor dei Giochi), mi viene da pensare che forse il Merlot non ha affascinato abbastanza da battere la bevanda con le bollicine.
Qualcuno si augura che, in ogni caso, la manifestazione non venga assegnata al nostro Paese. Tra l’altro, solo pochissimi anni fa ci sono state le Olimpiadi invernali, con tutto il seguito di impianti poco o punto utilizzati. Ripenso ai mondiali di nuoto, e a come sono stati gestiti in modo emergenziale. Ripenso ai mondiali di calcio del 1990, allo stadio di Torino costruito per l’occasione e buttato giù qualche anno dopo. Penso al velodromo olimpico di Roma, lasciato andare in malora e poi abbattuto quasi due anni fa (e adesso, nel caso che i Giochi fossero assegnati a Giochi, con una lunghissima lista di cambiali da pagare… in cambio di cosa?
Pubblicato da: patrillo su: maggio 15, 2010
Premessa: io ho smesso, da anni, di seguire i miliardari (adesso, in euro, milionari) che, in mutande, prendono a calci un sacchetto di pelle di vacca pieno d’aria.
Ho smesso non perché non fosse divertente, ma perché, onestamente, pensare che un ragazzino in lotta perenne con i congiuntivi guadagni di più di un chirurgo che fa trapianti di cuore mi è insopportabile. Capisco che sia un atteggiamento un po’ snob, ma non posso più farne a meno.
Detto questo, in queste ultime settimane intorno al gioco del pallone (che lo si voglia o no, è il “circo” degli antichi romani) ci sono state vicende anche drammatiche.
Mentre alcuni parlamentari presentano interrogazioni (o qualcosa del genere) sugli arbitraggi di varie partite (argomento interessante di cui però mi sfugge l’utilità verso il Paese), ho letto proprio in questi giorni che alcuni tifosi, a caccia dei biglietti per una importante finale, stanno pernottando da giorni di fronte allo sportello di vendita, forse senza lamentarsi.
In parlamento invece i “club” della squadra (perché esistono i club di tifosi parlamentari) avranno a disposizione un adeguato numero di biglietti, così come altri assessori, consiglieri e così via. Niente di strano, si tratta di una azienda privata che dispone dei propri biglietti come crede.
Però è noioso quel retrogusto amarognolo della “preferenza” data ai VIP… ma forse “quel” mondo è bello proprio perché è così: in molti si “sacrificano” (lo so, è una parola troppo grossa per situazioni del genere) andanto alla partita al freddo e sotto la pioggia, mentre pochi hanno a disposizione biglietti di tribuna (spesso gratis) e zero code. Una perfetta metafora del mondo reale.
Pubblicato da: patrillo su: maggio 9, 2010
Domenica sera. In mezzo ai risultati delle partite, i tuffi in area e degli errori arbitrali si attende “l’apertura dei mercati” di domattina, ma non per comprare carciofi e insalata. Si tratta dei mercati, anzi, dei Mercati con la maiuscola. C’è ansia, timore e preoccupazione, come in occasione dell’arrivo di qualche disastro naturale, quando si attende l’onda di piena che potrebbe travolgere case e persone. Solo che stavolta non c’è nulla di naturale di cui aver timore: niente piogge eccessive né uragani terribili in arrivo. Ci sono questi ultracorpi, i “Mercati”, pronti a governare il mondo.
E’ buffo questo mondo. L’altro giorno un “errore umano” ha fatto crollare e risalire la borsa di Wall Street… l’errore umano, come quello di chi guida una locomotiva o di chi lancia un missile.
Un altro errore, quello di un’agenzia di “rating”, classificava anche l’Italia come paese a rischio, salvo poi fare ammenda poco dopo… e nel frattempo “i Mercati” cominciavano la loro danza altalenante…
Se non ricordo male, le stesse agenzie di rating davano una buona affidabilità alla Lehman Brothers fino a pochi giorni prima del crack… e allora mi chiedo, da povero ignorantello, a che titolo questi signori ancora oggi si permettono di dare pagelle di affidabilità a questo o a quello.
Dopo il piano di salvataggio della Grecia, l’Unione Europea si muove per fronteggiare le eventuali speculazioni dei “Mercati”.
Più di settanta anni fa l’Europa ha dovuto fronteggiare l’attacco di fanatici sanguinari (che, bene o male, in qualche modo avevano una legittimazione popolare). Stavolta i paesi democratici si trovano di fronte ad un attacco speculativo (meno cruento, per fortuna) da entità astratte senza alcuna investitura popolare, e questo rischia di danneggiare le economie dei singoli paesi. E il bello è che questo sistema non è insito nelle leggi naturali, ma è una convenzione che ci siamo dati tra noi: se questa ci crea più disagi che vantaggi, cambiamo modo.
Pubblicato da: patrillo su: maggio 1, 2010
E’ un mondo difficile, questo, dove i punti di riferimento si perdono, come avvicinando una calamita ad una bussola. Dopo discussioni, polemiche e chiacchiere varie, il Primo Maggio, festa del lavoro, i negozi sarrano chiusi a Milano e aperti a Firenze, la prima con una amministrazione di centrodestra e l’altra di centrosinistra. Insomma, per la festa del lavoro non si chiude, un po’ come dire che per Capodanno non si ricomincia.
E’ chiaro che non tutto si può chiudere, ci sono ospedali, mezzi pubblici, polizia e altri servizi pubblici che lasciano attivo un presidio di sicurezza per tutti. Mi chiedo però se sia proprio necessario che il primo maggio un negozio del centro possa vendermi una cravatta, e, soprattutto, mi chiedo se qualcuno abbia una necessità davvero impellente di acquistare un paio di mutande firmate proprio quel giorno.
Curioso, lasciar aprire i negozi in un giorno di festa (perché la domenica, invece, da un bel pezzo non è più un giorno festivo, almeno per i commessi) perché c’è la crisi, come se chi dovrebbe entrare in quei negozi non fosse anch’egli in qualche modo vittima della crisi… e poi, perché far aprire solo le vittime della crisi in centro e non anche i negozi vittime della crisi in periferia?
Non si può chiudere una città per motivi ideologici, è stato detto. E’ vero, dico io, ma a me pare che i princìpi diventano “ideologia” quando non ci piacciono o si trasformano in “valori” quando li condividiamo.
Lasciateci vivere la festa, in famiglia, con gli amici o anche (perché no?) da soli, senza per forza dover entrare in un negozio. Si può essere felici, a volte, anche senza aprire il portafoglio.
Pubblicato da: patrillo su: aprile 25, 2010
Ogni stagione ha i suoi frutti, lo sappiamo, nonostante riusciamo a trovare fragole insipide anche a Natale. Beh, anche la televisione ha le sue stagioni, e ciclicamente propone programmi in “armonia” con il periodo. Per fare un esempio (fateci caso) se in TV è programmato il film “una poltrona per due”, significa che è la vigilia di Natale, oppure se ci sono film a tematica biblica vuol dire che siamo vicini a Pasqua.
Ecco, per il 25 aprile ero abituato a vedere qualcuno dei film che hanno fatto la storia del cinema italiano e che hanno aiutato a riflettere su quello che è avvenuto sessantacinque anni fa. Quest’anno guardo la programmazione dei canali televisivi e trovo che solo un canale del digitale terrestre trasmette in prima serata “Il partigiano Johnny”, mentre un altro canale privato trasmette “Dieci italiani per un tedesco” alle due del mattino del 26.
La TV di Stato non trasmette niente, se si eccettua la gran mole di materiale documentario sul canale tematico “Storia”, sempre sul digitale terrestre. Niente “Roma città aperta”, né “Paisà”, né “Il generale Della Rovere”… niente, anche se il materiale non mancherebbe di certo. Peccato.
Chissà quale sarà il motivo.